Freud, Reich, Lowen: un confronto

FREUD, REICH, LOWEN: UN CONFRONTO.

1. Introduzione.

In questo capitolo si cercano di analizzare le circostanze e le condizioni che hanno portato prima Reich a modificare la tecnica freudiana classica e poi Lowen alla creazione dell’Analisi Bioenergetica. Le pagine che seguono sono il resoconto di ciò che è emerso da un seminario sull’evoluzione del pensiero analitico, a cui ho partecipato personalmente. In questo seminario, che costituisce la parte introduttiva di un corso biennale teorico esperienzale di Psicologia Somatica organizzato dall’Istituto di Psicologia Somatica (I.P.S.O.), si sono eseguite delle simulazioni, nei loro aspetti essenziali, di tre tipi di sedute analitiche: seduta freudiana classica degli anni ’20, seduta di analisi del carattere di W. Reich e seduta di tipo bioenergetico di A. Lowen. A ciascuna simulazione è seguita, alla presenza di tutti e tredici i partecipanti, la condivisione dei vissuti personali, da cui sono scaturiti commenti e considerazioni da parte del conduttore e degli stessi partecipanti.

2. La “seduta” freudiana degli anni ’20.

2.1. Introduzione.

E’ stata scelta questa modalità di analisi perché è all’inizio degli anni ’20 che Reich entra per la prima volta in contatto con Freud e con l’ambiente psicoanalitico. Ricordiamo che a quel tempo la tecnica analitica si basava esclusivamente sulla lettura del materiale onirico e sulle libere associazioni. Il silenzio dell’analista era un dogma metodologico. Egli doveva essere il più neutrale ed “evanescente” possibile, affinché potesse emergere nel paziente la nevrosi di transfert. Il criterio era quello dell’autorealizzazione del paziente, con l’analista al traino di questo processo.

2.2. La simulazione.

I partecipanti sono stati divisi a gruppi di tre persone, tranne un gruppo che era formato da quattro persone. I ruoli prevedevano il “terapeuta”, il “paziente” e l'”osservatore” (nel gruppo di quattro gli “osservatori” erano due). Il conduttore ha preso in disparte i “terapeuti” e ha impartito delle semplici istruzioni: il setting prevedeva che essi sedessero dietro al “paziente” in modo da non essere visti, mentre il “paziente” si sdraiava su un materassino. Dopo aver chiesto a quest’ultimo se in quella posizione era a suo agio, la seduta cominciava con la frase: “Mi parli di un sogno che ha fatto questa notte” ( o “…di un sogno ricorrente”). Quando il “paziente” aveva terminato di parlare, il “terapeuta” doveva rimanere in silenzio per circa 5 minuti, poi chiedeva: “Cosa le fa venire in mente questo?”, che era l’unica frase a sua disposizione. Se il “paziente” non diceva nulla, il “terapeuta” doveva attendere in silenzio e poi ripetere la stessa frase. Il compito dell”‘osservatore” consisteva appunto nell’osservare la scena. Sia quest’ultimo sia il “terapeuta” avevano a disposizione un quaderno per prendere eventuali appunti. La simulazione è durata 15 minuti.

2.3. La condivisione dei vissuti.

Il conduttore ha riunito tutti i partecipanti e ciascuno ha espresso le sue sensazioni ed i suoi commenti sulla simulazione. Sono stati interpellati prima i “pazienti”, poi i “terapeuti” ed infine gli “osservatori”. Ecco che cosa hanno riferito.

  1. A) “Pazienti”.

1) Mi innervosiva la frase “Cosa le fa venire in mente questo?”. Il problema era che non mi veniva in mente niente. Volevo che il “terapeuta” intervenisse, ho provato disagio e imbarazzo per il silenzio, e rabbia per il “terapeuta”, ad un certo punto avrei voluto tirarle il collo.

2) Ho provato molta ansia ma anche molta curiosità. L’aspetto positivo era che mi si lasciasse sola con le mie sensazioni, l’aspetto negativo era la sensazione di solitudine e frustrazione; mi è mancato il contatto, soprattutto visivo.

3) Mi sono sentita sola in un percorso ed ho pensato: non ti pago perché non mi servi a niente! Ho provato rabbia. E’ stata una seduta molto inconcludente, segnata dall’assenza e dal distacco del “terapeuta”.

4) Non ricevendo una risposta, ho provato a darmela da sola, cercando un senso; ho sentito il desiderio di contatto visivo e di scambio fisico. Ho provato una sensazione di solitudine forte, in alcuni momenti abissale.

  1. B) “Terapeuti”.

1) Mi sono sentita molto male in questo ruolo, per la mancanza di contatto visivo e per la scarsa, o peggio, nulla interazione a livello verbale. E’ stato molto difficile mantenere il silenzio.

2) Non intervenire mi rassicurava, anche se avevo la sensazione di non riuscire a trasmettere i miei sentimenti. Non c’è stata empatia ed ho provato un desiderio di maggior partecipazione a livello fisico.

3) Ho provato un senso di impotenza. Non c’era comunicazione; ho sentito una distanza emozionale a causa della carenza di contatto. La “paziente” ha fatto tutto da sola.

4) Ho sentito soprattutto un senso di impotenza, per la mancanza di dialogo. Anche se questo ruolo era rassicurante perché implicava poco coinvolgimento, l’ho vissuto male. In alcuni momenti mi sono distratto.

  1. C) “Osservatori”.

1) Ho notato una difficoltà di gestione del silenzio, imbarazzo e un bisogno di rassicurazione da parte del “paziente”. Io come analista avrei cercato di raccogliere le informazioni che il paziente mi dava per “lavorarci su”, cioè per iniziare un lavoro che avesse un senso più compiuto.

2) Da “paziente” avrei abbandonato il setting, per il distacco e per la mancanza di empatia; ho visto il “paziente” abbandonato a sé stesso.

3) Ho provato un disagio inquietante per la modalità di intervento che mi è sembrata molto fredda; mi è sembrato che il paziente si facesse terapia da sé, ho provato un desiderio di maggior intervento da parte del “terapeuta”.

4) Quello che mi ha soprattutto colpito è il non intervento del “terapeuta”. Ho notato poi una scomparsa del corpo e dei suoi messaggi.

5) Sono rimasto molto perplesso dalla totale attesa che si è creata. Io come terapeuta avrei fatto lavorare il paziente sulla base degli elementi emersi.

2.4. Considerazioni.

Dai vissuti e dai commenti dei partecipanti è possibile fare

alcune osservazioni. A livello generale si può dire che in quasi tutti il silenzio ha creato imbarazzo, disagio ed ansia, ed è stato sentito come una barriera. I “pazienti” hanno provato un senso di solitudine e hanno sentito il bisogno di un maggior contatto, soprattutto visivo. Anche i “terapeuti” si sono sentiti “male”, “impotenti”, per la mancanza di comunicazione a livello visivo e verbale. Hanno sentito il bisogno di una maggior interazione. Tra gli “osservatori”, oltre agli elementi già indicati, si è sentita la necessità di far “lavorare” il “paziente” sulla base degli elementi emersi.

Ricordiamo nuovamente che la simulazione fatta riguardava una seduta freudiana classica degli anni ’20. In quel periodo aveva assunto un’importanza fondamentale il fenomeno delle resistenze, che per gli analisti costituiva un grosso problema. Infatti ciò che si verificava era che, in caso di transfert positivo, l’interpretazione portava ad una remissione temporanea del sintomo, mentre in caso di transfert negativo il paziente ignorava l’interpretazione fornita dal terapeuta o addirittura presentava un aggravamento del sintomo. Per spiegare, almeno in parte il problema delle resistenze, nel 1920 Freud introdusse l’istinto di morte nel suo sistema metapsicologico. Si trattava di una pulsione ancora più forte di Eros, l’istinto di vita.

3. La “seduta” di analisi del carattere di Reich.

3.1. Introduzione.

Quando nel 1920 Reich divenne membro della Società Psicoanalitica di Vienna, era molto giovane, impulsivo e pieno di energia. Provò ad applicare la tecnica freudiana, ma non gli piacque. Non aveva la pazienza di aspettare l’autorealizzazione del paziente. Inoltre la regola del silenzio spessissimo non portava da nessuna parte, con il risultato che i tempi del processo analitico si stavano progressivamente allungando: nel 1924 tra gli analisti era diffusa l’opinione che ci fosse bisogno di almeno sei mesi di analisi. Reich sentiva molto questo problema, perché avvertiva a livello sociale, delle masse, l’urgenza di analisi. Fu così che prese la decisione rivoluzionaria di infrangere le regole del setting analitico. Innanzitutto paziente e terapeuta si ritrovarono l’uno di fronte all’altro. Questa scelta implicava un cambiamento ed un approfondimento del lavoro di controtransfert. Poi cominciò ad evidenziare e ad attaccare le resistenze caratteriali del paziente. Lo faceva attraverso considerazioni, commenti e provocazioni vere e proprie, affinché il paziente lasciasse cadere la maschera. Reich si accorse che le provocazioni potevano produrre delle reazioni a due distinti livelli. Una era la reazione di tipo psichico: ad esempio pazienti generalmente cooperanti e gentili si chiudevano nel silenzio oppure avevano uno scatto di rabbia. La seconda reazione era a livello somatico: si verificavano tremolii, pallori, rossori e altri fenomeni corporei. Si dedicò quindi allo studio di questi fenomeni che lo portarono dopo numerosi anni a considerare l’importanza delle tensioni muscolari nel disturbo nevrotico.

3.2. La simulazione.

I ruoli erano sempre “terapeuta”, “paziente” e “osservatore”; i membri di ciascun gruppo si sono scambiati i ruoli rispetto alla simulazione precedente. Il conduttore ha preso in disparte i “terapeuti” per impartirgli le istruzioni: essi dovevano sedere di fronte al “paziente” e per i primi minuti dovevano cercare di sostenere l’eloquio utilizzando delle domande aperte. Ad un certo punto, terminata una frase del “paziente”, dovevano pronunciare la frase “provocatoria” (f.p.): “Quello che lei dice non è rilevante”, oppure: “Questo non è il vero problema”. A quel punto dovevano cercare di osservare quale era la reazione del “paziente” alla loro osservazione. La seduta è durata 15 minuti.

3.3. La condivisione dei vissuti.

In seduta plenaria ciascun partecipante ha espresso le sensazioni e i commenti sulla seduta.

  1. A) “Terapeuti”.

1) Quando ho pronunciato la f.p. mi sono sentita cattiva, perché sentivo di tradire la fiducia del “paziente”.

2) All’inizio ero un Po tesa, mi sono distesa dopo aver pronunciato la f.p. Mi è sembrato in quel momento di notare un cambiamento nel “paziente”: è diventato più aggressivo, ma anche più impaurito. Comunque ho avvertito un sentimento di unione.

3) All’inizio ero tranquillo, poi dopo la f.p. mi sono irrigidito, sono anche arrossito.

4) Ero teso, ho sentito il problema della risonanza emotiva ed avevo paura di essere invadente. Ho notato un calo di voce nel “paziente” a seguito della f.p.

  1. B) “Pazienti”.

1) Dopo la f.p. del “terapeuta” mi sono irrigidito, ho provato fastidio per il suo sguardo e per il silenzio tra noi. In certi momenti mi sono concentrato sul mio respiro.

2) All’inizio ero a mio agio, poi dopo la f.p. mi sono irrigidita, in particolare ho sentito il collo indurirsi. Ho provato rabbia, e non sapevo se collaborare o no con il “terapeuta”.

3) Ho provato per tutta la seduta la sensazione di essere molto controllato.

4) I momenti di silenzio mi hanno creato un Po di disagio, mi sono sentita in una posizione difensiva. Dopo la f.p. è subentrato in me un senso di scoraggiamento, ho avuto perfino un calo di voce.

  1. C) “Osservatori”.

1) Dopo la f.p. mi è sembrato di notare prima una chiusura iniziale e poi un irrigidimento totale del “paziente”. Il “terapeuta” l’ho visto presente, e mi pare che ci sia stata una sincronizzazione della respirazione tra i due.

2) Ho avvertito più distensione e, soprattutto, più parità rispetto alla simulazione precedente.

3) Ho percepito, quando il “terapeuta” ha pronunciato la f.p., una forte reazione del “paziente”, soprattutto a livello delle gambe e del collo.

3.4. Considerazioni.

Dal vissuto dei partecipanti emerge una sensazione di maggior partecipazione rispetto alla seduta freudiana classica. Stare uno di fronte all’altro è infatti una situazione molto più coinvolgente e impegnativa. La “provocazione” del “terapeuta” ha avuto diversi effetti nei “pazienti”: a livello psichico rabbia, fastidio e scoraggiamento, mentre a livello corporeo si è verificato soprattutto irrigidimento e, in un caso, un calo di voce.

Quando Reich si imbatté in questi fenomeni, ne rimase estremamente colpito. Li studiò a fondo, fino ad arrivare a postulare la sua ipotesi psicosomatica dell’identità funzionale tra armatura muscolare e armatura caratteriale.

Ad un certo punto del suo lavoro Reich modificò nuovamente il setting analitico: il paziente ritornò sdraiato sul lettino e doveva seguire i suggerimenti del terapeuta, primo fra tutti quello di lasciare “andare” il respiro. Divenne una forma di intervento quasi esclusivamente corporeo, lo scambio verbale si ridusse al minimo. Reich osservava il corpo del paziente e applicava una certa quantità di pressione sui muscoli e sui tessuti che riteneva fossero particolarmente contratti. Questo lavoro mirava a far apparire il “riflesso dell’orgasmo”, che per lo psicoanalista austriaco era il criterio della salute.

4. La “seduta” bioenergetica di Lowen.

4.1. Introduzione.

Lowen fece la terapia personale con Reich quando questi faceva già assumere ai suoi pazienti la posizione sdraiata, utilizzando la tecnica che avrebbe chiamato “vegetoterapia analitica del carattere”. Lowen si rese conto che i miglioramenti ottenuti in analisi non si trasferivano automaticamente al di fuori della seduta, nella vita quotidiana. Questo lo portò a modificare il setting reichiano. La principale innovazione riguarda la posizione del paziente, che invece di stare sdraiato sul lettino per tutta la seduta, passa molto tempo in piedi, eseguendo diverse azioni e movimenti che servono a promuovere e sviluppare l’espressione di sé e la naturale motilità dell’organismo.

Lowen inoltre ha introdotto la figura dell'”io sussidiario”, cioè l’io del terapeuta che si allea in modo esplicito con l’io del paziente. L'”io sussidiario” serve al paziente per potersi elevare in tutta la sua statura e sentirsi abbastanza forte da poter affrontare, e fronteggiare, la vita ed il suo stesso terapeuta.

4.2. La simulazione.

La simulazione non ha riprodotto fedelmente una seduta di tipo loweniano, in quanto non prevedeva un dialogo tra paziente e terapeuta che avviene abitualmente nelle sedute autentiche.

Essa si è svolta sempre a gruppi di tre persone e con i medesimi ruoli delle precedenti sedute. Il “paziente” doveva eseguire l’esercizio base di “grounding” (v. appendice 2, fig.1). Nel frattempo il “terapeuta” gli stava dietro e con una mano gli applicava una certa pressione sulla regione lombosacrale. Il “paziente” si doveva opporre a questa forza pronunciando un certo numero di frasi, come: “Non tenermi”, “Non schiacciarmi”, “Basta, non ne posso più”. Quindi ritornava nella posizione eretta, con il “terapeuta” al suo fianco. La simulazione terminava con le due persone una di fronte all’altra, in una situazione appunto di “fronteggiamento”. Ci poteva essere una interazione a livello verbale, sia alla fine sia durante la seduta.

Anche in questo caso la durata è stata di 15 minuti.

4.3. La condivisione dei vissuti.

Questa volta sono stati interpellati prima i “terapeuti”, poi gli “osservatori” e infine i “pazienti”.

  1. A) “Terapeuti”.

1) Inizialmente avevo la mascella bloccata, poi si è sciolta. Da un sentimento di tristezza sono passata ad un atteggiamento di determinazione. Nel “paziente” mi ha colpito il tono della voce, mi è sembrato che ci fosse desiderio di un urlo represso. Nella situazione di “fronteggiamento” ho sentito molto il contatto con gli occhi del “paziente”, e mi sono resa conto della superficialità del mio respiro.

2) All’inizio ero chiusa, poi mi sono rilassata, sono entrata in contatto con me stessa. Negli occhi del “paziente” mi è sembrato di vedere un desiderio di contatto e un bisogno di rassicurazione. Sulla sua bocca invece ho notato un sentimento di amarezza, mentre sia la voce sia il respiro mi sono sembrati molto controllati.

3) Mi sono sentito a disagio, ho cercato di controllarmi. Ho notato la stessa sensazione nel “paziente”, mi sono rispecchiato in lui.

  1. B) “Osservatori”.

1) Per quel che riguarda il “paziente”, mi è parso di notare della tristezza nei suoi occhi; l’ho visto coinvolto nella seduta. Il “terapeuta” invece in principio mi è sembrato un Po rigido, poi si è disteso; alla fine l’ho visto meno in contatto con il “paziente”.

2) Dalla voce, dai gesti e dall’espressione degli occhi mi è sembrato che il “paziente” fosse affaticato e teso. Si è rilassato all’intervento verbale del “terapeuta”. Quest’ultimo mi è parso rigido fisicamente e con una respirazione forzata, anche se aveva comunque uno sguardo partecipante.

3) Quello che più mi ha colpito era la sensazione di un incongruenza tra il contenuto verbale e l’espressione degli occhi del “paziente”. Il “terapeuta” non ha detto nulla.

  1. C) “Pazienti”.

1) Ho provato delle forti sensazioni a livello degli occhi e della pelvi. In certi momenti ho sentito delle ondate di calore, e mi sembrava che nel mio corpo avvenissero dei movimenti profondi.

2) Non ero coinvolto emotivamente, ho sentito sfiducia intorno a me.

3) Ho sentito questa esperienza come una sfida tra me ed il “terapeuta”, che vedevo come un saggio. Io oscillavo tra la posizione dello sfidante e quella dello svalutante.

4.4. Considerazioni.

La simulazione ha prodotto diversi effetti nei partecipanti. I “terapeuti” si sono sentiti molto coinvolti ed hanno prestato attenzione sia alle loro sensazioni sia a quelle dei “pazienti”. In questi ultimi ci sono state reazioni diverse. Il primo era preso dalle sensazioni del suo corpo, il secondo non si è sentito coinvolto e l’ultimo ha sentito soprattutto la relazione con il “terapeuta”.

Ricordiamo ancora che la simulazione non aveva la pretesa di riprodurre un’autentica seduta di Analisi Bioenergetica. L’obiettivo era quello di far intuire quello che per Lowen dovrebbe accadere nel corso del processo analitico, e cioè che il paziente, con l’aiuto e la collaborazione del terapeuta, trovi la forza e l’energia per “elevarsi” in tutta la sua statura, così da poter affrontare-fronteggiare il suo stesso terapeuta.

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