I principi dell’Analisi Bioenergetica

L’Analisi Bioenergetica rappresenta un approfondimento ed una sistematizzazione dei concetti psicosomatici sviluppati da Wilhelm Reich. La tesi fondamentale che questa tecnica ha ereditato direttamente dalla terapia reichiana è quella dell’identità funzionale tra armatura caratteriale e armatura muscolare, ovvero tra la struttura psichica di un individuo e il suo atteggiamento fisico. Poiché l’organismo umano costituisce una realtà psico-corporea unitaria, alle tensioni e ai disturbi psichici corrispondono tensioni e disturbi muscolari.
Lowen così definisce l’Analisi Bioenergetica: “lo studio della personalità umana dal punto di vista dei processi energetici del corpo” (Lowen, 1975, trad. it. 1985, 37). Egli si sofferma sul concetto di energia. Come sappiamo, in tutti i processi vitali è indispensabile la presenza di energia. La quantità di energia che un individuo utilizza e il modo in cui la utilizza determinano inevitabilmente la sua personalità: ci sono persone che hanno più energia di altre, e ci sono persone che non possono tollerare un aumento eccessivo del loro livello di energia e la devono scaricare il più presto possibile. Forse l’esempio più chiaro del rapporto esistente tra energia e personalità è quello della sindrome della depressione. Tralasciando per un attimo i fattori psicologici, si può tranquillamente affermare che l’individuo depresso è “depresso” a livello energetico. Studi cinematici hanno infatti confermato che le persone depresse compiono soltanto la metà dei movimenti spontanei eseguiti dai soggetti non affetti da questa sindrome. In alcuni casi la persona depressa sta tranquillamente seduta, quasi immobile, come se le mancasse l’energia per muoversi in modo attivo. L’immagine che dà corrisponde poi spesso al suo stato soggettivo: dice di sentirsi senza forze senza tuttavia essere stanca e ha la sensazione che le manchi l’energia per muoversi.
Per comprendere la depressione e tutti gli altri disturbi della personalità bisogna considerare la sequenza che dalla ricerca del piacere conduce fino all’emergere e al costituirsi delle difese. Questo processo opera attivamente fin dall’infanzia, nel rapporto tra genitori e figli. Per il bambino i genitori sono una fonte di piacere, perché sono loro a fornirgli cibo, affetto e amore. Essi presto o tardi vengono però anche associati con il dolore e la sofferenza, perché a causa del loro comportamento il bambino conosce e sperimenta frustrazioni e deprivazioni. Per fronteggiare l’ansia che scaturisce da questa situazione, il piccolo prima o poi deve erigere delle difese.
In Analisi Bioenergetica i vari tipi di difese vengono chiamate “strutture caratteriali”.

Il carattere viene definito come uno schema fisso di comportamento ed è il modo tipico in cui un individuo tratta la propria ricerca del piacere. Il carattere è strutturato nel corpo sotto forma di tensioni muscolari croniche, e in genere inconsce, che bloccano o limitano gli impulsi a protendersi per cercare qualcosa. Il carattere è anche un atteggiamento psichico sostenuto da un sistema di negazioni, razionalizzazioni e proiezioni e regolato in base ad un ideale dell’io che ne afferma il valore. L’identità funzionale di carattere psichico e struttura corporea è la chiave della comprensione della personalità (ibidem, 117-118).

Per comprendere il rapporto che intercorre tra l’io e il corpo, bisogna sapere che in un primo momento l’io ha la capacità di plasmare il corpo attraverso il controllo che esercita sulla muscolatura volontaria. Si immagini un bambino che non viene soddisfatto nelle sue richieste di contatto fisico o che subisce una punizione: in questi casi il pianto o la rabbia sono la risposte naturali ed ovvie del bambino. Se però l’espressione di questi sentimenti non è ben accetta nel mondo del piccolo, per evitare altro dolore egli li inibisce volontariamente: l’impulso di piangere ad esempio viene inibito irrigidendo la mandibola, trattenendo il fiato e ritenendo l’addome.
Quando l’inibizione di questi sentimenti deve essere mantenuta a lungo, l’io abbandona il controllo sull’azione proibita, ritirando la propria energia dall’ impulso. Il controllo dell’impulso diventa allora inconscio e il muscolo rimane in uno stato di tensione perché non ha l’energia per rilassarsi ed espandersi. L’energia ritirata dell’io può ora essere investita in altre azioni accettabili, che vanno a formare per Lowen “l’immagine dell’io”.
Da questo processo derivano due conseguenze importanti. La prima è che il muscolo o il gruppo di muscoli da cui è stata ritirata l’energia entra in una condizione di contrazione o spasticità cronica: la persona non sente più il sentimento inibito, perché l’impulso, pur rimanendo latente sotto la superficie del corpo, è soppresso e non influenza la coscienza. La seconda conseguenza è la diminuzione del metabolismo energetico dell’organismo. Infatti le tensioni muscolari croniche non permettono di respirare a fondo in maniera naturale, abbassando così il livello energetico.
Ora è il corpo che esercita il controllo sull’io, che è costretto a erigere delle difese:

Ora la condizione del corpo costringe la dialettica a lavorare al rovescio. La situazione fisica plasma il pensiero e l’immagine di sé dell’individuo. Il basso livello energetico lo costringe ad operare degli aggiustamenti nel suo stile di vita. Deve necessariamente evitare situazioni che possono evocare i sentimenti repressi. Il soggetto giustificherà questo comportamento sviluppando delle razionalizzazioni sulla natura della realtà. Queste manovre sono organizzate dall’io per impedire che il conflitto emotivo diventi cosciente. Perciò vengono chiamate difese dell’io (ibidem, 125).

L’energia ritirata dal conflitto emotivo sostiene le difese dell’io, che formano così una corazza caratteriale contro gli impulsi repressi, mentre a livello corporeo l’individuo è protetto dalle tensioni muscolari croniche.
Il rapporto tra i vari tipi di difese può essere schematizzato in un diagramma in cui le stratificazioni difensive sono rappresentate da centri concentrici.
Lo strato dell’io, quello più esterno della personalità, contiene le difese psichiche. Le principali difese dell’io sono:
A. Negazione
B. Proiezione
C. Colpa
D. Sfiducia
E. Razionalizzazioni e Intellettualizzazioni
Il secondo strato, quello muscolare, è rappresentato dalle tensioni muscolari croniche e ha la doppia funzione di sostenere le difese dell’io e di proteggere la persona dallo strato sottostante di sentimenti repressi.
Poi c’è lo strato emotivo, che contiene i sentimenti repressi: rabbia, paura, tristezza, dolore e disperazione.
Infine c’è il nucleo o cuore, da cui deriva il sentimento di amore.
Se ora ci soffermiamo sulle varie tecniche terapeutiche, notiamo che il metodo classico freudiano, e più in generale tutti gli approcci puramente verbali, analizzano e affrontano solamente le difese del primo strato. Se è vero che una persona può prendere coscienza delle sue difese psichiche ( negazioni, proiezioni, etc. ), tuttavia molto difficilmente questa consapevolezza può influire sullo scioglimento delle tensioni muscolari e sulla liberazione dei sentimenti repressi. Questo è il limite principale di un approccio unicamente verbale.
Ugualmente limitate sono quelle tecniche che lavorano solamente sul terzo strato, quello dei sentimenti. Questo approccio tende a far emergere i sentimenti repressi, come la rabbia e la paura, attraverso determinati esercizi che prevedono ad esempio urla e azioni aggressive. Questo procedimento ha indubbiamente un effetto benefico, perché distrugge temporaneamente la corazza delle difese psichiche e somatiche. Ma fino a quando i sentimenti repressi non vengono affrontati e compresi, la personalità nel suo complesso non subirà grossi cambiamenti e l’effetto catartico sarà di breve durata.
La terapia bioenergetica prevede il lavoro diretto sullo strato muscolare, che è l’anello di congiunzione tra le difese psichiche e i sentimenti repressi. Lavorando sulle tensioni muscolari croniche si può facilmente passare ogni qualvolta lo si ritiene necessario al primo e al terzo strato. Si può ad esempio aiutare il paziente a comprendere come il suo modo di comportarsi sia pesantemente condizionato dalla rigidità del corpo. Oppure è possibile, attraverso la mobilitazione dei muscoli contratti, favorire l’emergere dei sentimenti repressi.
Dovrebbe risultare chiaro che un lavoro svolto solo sulle tensioni muscolari, senza cioè includere l’analisi delle difese dell’io e l’evocazione dei sentimenti repressi, pur avendo comunque un valore positivo, non è di per sé un processo terapeutico.
Affinché la terapia sia efficace e produca cambiamenti duraturi nella personalità, è necessario che il processo terapeutico attraversi tre stadi. Innanzitutto il paziente deve diventare consapevole delle proprie tensioni e degli impulsi bloccati in esse. Ogni gruppo di muscoli in stato di tensione cronica rappresenta infatti una inibizione ad esprimere determinati sentimenti, rappresenta cioè un conflitto emozionale non risolto e rimosso. Lowen ritiene ad esempio che una tensione presente nella mascella possa rappresentare sia un conflitto tra l’impulso di mordere e il timore che questa azione possa portare ad una punizione dei genitori, sia un conflitto tra l’impulso di piangere e la paura che questo possa provocare rabbia o rifiuto nei genitori.
Le varie rigidità muscolari hanno cause molteplici perché nell’espressione delle varie emozioni è coinvolta sempre ogni parte dell’organismo. L’insieme di tutte le tensioni muscolari determina l’atteggiamento caratteriale dell’individuo. In terapia il paziente deve prendere coscienza di quanto il suo atteggiamento caratteriale influenzi e limiti il suo modo di vivere.
In secondo luogo è necessario che il paziente scopra le origini delle sue tensioni e inibizioni. Ripercorrendo le situazioni legate alla prima e alla seconda infanzia, può chiarire il processo che ha determinato la formazione dei disturbi. Se ciò non avviene il conflitto inconscio che è causa della tensione non può essere risolto pienamente. Questo è l’aspetto analitico della terapia bioenergetica.
Infine il paziente deve avere la possibilità di liberare gli impulsi e i sentimenti repressi attraverso dei movimenti appropriati. Nell’ambito controllato della situazione terapeutica è possibile esprimere tali sentimenti: la rabbia ad esempio può essere liberata colpendo a calci o a pugni un lettino.
A completamento di questa sequenza bisogna aggiungere che la liberazione degli impulsi bloccati deve essere preceduta dall’elaborazione e dall’espressione dei sentimenti negativi ad essi associati. Le frustrazioni e le inibizioni che il bambino subisce vengono vissute come una costrizione, una perdita di libertà che porta ad un sentimento di ostilità. Poiché nella maggior parte dei casi l’epressione dei sentimenti ostili non è ben accetta nel mondo del bambino, egli li deve sopprimere. La soppressione di questi sentimenti non risolve però il problema, anzi determina nell’individuo un atteggiamento generale caratterizzato da un’ostilità inconscia, latente. In terapia, così come nella vita quotidiana, l’atteggiamento negativo è coperto da una facciata di cortesia e cooperazione. Attraverso un’accurata analisi del transfert è possibile rimuovere questa facciata e permettere che il paziente esprima i suoi sentimenti negativi.
A proposito della relazione tra paziente e terapeuta, ci sono due aspetti che meritano un approfondimento e che aiutano a chiarire la differenza tra l’Analisi Bioenergetica e la maggior parte degli altri approcci terapeutici. Il primo si riferisce al procedimento mediante il quale l’analista è in grado di leggere ed interpretare l’espressione corporea del paziente. Il linguaggio del corpo viene anche chiamato comunicazione non verbale. Se si riesce a “leggerlo” correttamente, è possibile raccogliere una gran quantità di informazioni. Mentre le parole possono essere usate per mentire, il corpo non mente mai: ne è una prova la tecnica dell’analisi della voce, che permette di distinguere la verità dalla menzogna attraverso l’analisi del tono della voce e della sua sonorità. Più in generale possiamo affermare che le persone nella vita quotidiana reagiscono continuamente sulla base dell’espressione corporea degli altri. Dall’aspetto fisico si ricavano le impressioni sulla forza o debolezza di una persona, sul suo aspetto vitale o spento. Queste informazioni possono essere di grande utilità nella situazione terapeutica.
Per riuscire a leggere l’espressione corporea l’analista bioenergetico assume l’atteggiamento corporeo del paziente. In questo modo può percepire e sentire, attraverso il suo stesso corpo, il significato di quella determinata espressione. Questo è un processo empatico, e poiché l’empatia è una funzione dell’identificazione, per Lowen identificandosi con l’espressione corporea di una persona è possibile sentirne il significato.
Il terapeuta esperto non ha comunque la necessità di ricorrere di continuo all’imitazione dell’espressione corporea del paziente, perché acquistando familiarità con il significato delle varie espressioni può in seguito associare ad una determinata espressione il suo significato.
Per riuscire ad impadronirsi di questa tecnica è necessario essere in contatto con il proprio corpo. Perciò gli analisti bioenergetici si sottopongono a un corso di trattamento che ha lo scopo di metterli in contatto con il loro corpo.
Il secondo aspetto riguarda il contatto fisico che si stabilisce tra paziente e terapeuta. Toccando il corpo del paziente il terapeuta è in grado di sentire la spasticità dei muscoli e la vitalità dei tessuti. Più in generale il toccare è un segno che il terapeuta si prende cura del paziente. Questa situazione può essere associata con il periodo dell’infanzia, in cui la madre attraverso il contatto fisico si prende cura del bambino. Molto spesso, specie nella nostra cultura, ai bambini non viene concesso un adeguato contatto fisico e ciò crea una deprivazione che lascia una traccia profonda nell’individuo. Pur volendo essere toccato, ha paura di chiederlo, anche perché il contatto fisico è associato alla sessualità.
Con i suoi pazienti il terapeuta deve mostrare che non ha paura di toccarli e di stabilire un contatto con loro. Sorge però la questione della qualità del tocco. Il terapeuta deve evitare qualsiasi coinvolgimento sessuale, che rinsalderebbe nel paziente l’ansia associata al contatto fisico. Il tocco deve essere caldo, amichevole, deve dare fiducia e soprattutto essere libero da qualsiasi interesse personale. Se e quando i sentimenti personali del terapeuta prendono il sopravvento, egli non deve assolutamente toccare il paziente.
La terapia personale è l’unico mezzo per poter svolgere la terapia sugli altri. Infatti bisogna prima entrare in contatto con se stessi per essere poi disponibili ad entrare in contatto con il paziente.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *